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Geoarcheologia - Antonia Arnoldus-Huyzendveld
 


 

 

   

 

 

Geo-archeologia

 

Contenuti:  
1) I principi
2) I campi applicativi della Geoarchaeologia
3) Le difficoltà
4) Un esempio: la valle del Tevere

 

 

 

 

 

 

 

 

1)
I principi

(su)

Gran parte delle testimonianze storico-culturali è ancora sepolta nel sottosuolo, minacciata da un progressivo deterioramento. Questa eredità non consiste in siti archeologici isolati, ma in zone e paesaggi di una certa estensione.

L'inserimento delle scienze della terra tra quelle più tradizionalmente applicate ai fini archeologici, può portare ad una più corretta ed efficace interpretazione di questi dati e consente inoltre di tracciare ulteriori collegamenti spazio-temporali tra i vari siti.

Si tratta di affiancare all'archeologia quella parte delle scienze della terra che si riferisce agli ultimi periodi geologici (Quaternario) e che si occupa in modo specifico della dinamica dei processi della superficie terrestre.

Una definizione di geoarcheologia è: ricerca archeologica, utilizzando concetti e metodi delle Scienze della Terra. Così la geoarcheologia condivide con l'archeologia alcuni obiettivi ed il campo della ricerca.

La geoarcheologia è nata, con la geologia moderna, nella prima metà del secolo scorso, sulla questione dell'antichità dell'uomo. Ma solo a partire dagli anni '70, con lo sviluppo dell'archeologia moderna, è stata riscoperta. Ci si è resi conto pienamente che prima di poter trarre, in base ai dati dello scavo, conclusioni sulla cultura, devono essere valutate le possibili modificazioni avvenute con i processi deposizionali e post-deposizionali.

L'applicazione delle tecniche e metodi delle scienze della terra alla ricerca archeologica trova la sua giustificazione nella consistenza dei processi che formano e trasformano la superficie terrestre. L'associazione dei reperti negli strati dello scavo non è semplicemente il risultato di attività umane contemporanee o episodiche, ma più spesso una conseguenza delle influenze di numerosi processi naturali attivi durante lunghi periodi di tempo.

Utili tecniche e metodi vengono offerti, all'interno dell'ampio quadro geoarcheologico, in particolare dalla geografia fisica (studio della dinamica della superficie terrestre), dalla sedimentologia (studio dei processi di sedimentazione e dei sedimenti), dalla geofisica (con le sue tecniche di prospezione non invasive) e dalla pedologia (studio del suolo e dei processi di trasformazione della superficie terrestre).


 

2)
I campi applicativi della Geoarcheologia

(su)

Qui di seguito si vuole precisare brevemente come e quando la geoarcheologia può inserirsi nell'ambito dello studio e della gestione del patrimonio storico-culturale (escludendo volutamente altri temi importanti della geoarcheologia, come i vari aspetti legati al restauro, le tecniche di datazione, la paleontologia, etc.; vedi l'elenco dei Siti Web):

 Le prospezioni archeologiche
La geofisica offre un'ampia gamma di tecniche di prospezioni archeologiche non invasive, tra cui il georadar, la geoelettrica, la geomagnetica e l'infrarosso termico. Anche nel caso di prospezione tramite trincee, i metodi della geoarcheologia consentono una loro più efficace pianificazione, e perciò un più favorevole rapporto costi/benefici.

Le ricognizioni archeologiche di superficie
Gran parte del patrimonio archeologico si rinviene sepolto appena sotto la superficie terrestre, essenzialmente dentro il suolo (oggetto di studio della pedologia). Perciò, l'applicazione dei metodi della geoarcheologia, e in particolare della "scienza del suolo", ci consente una più corretta previsione, identificazione e interpretazione dei dati archeologici delle ricognizioni, soprattutto se si tratta di materiali pre-protostorici.

Lo scavo archeologico
La stratigrafia dello scavo è composta in gran parte da strati di formazione naturale o artificiale che contengono i reperti archeologici. I processi formativi sedimentologici sono in molti casi simili a quelli relativi agli strati dei bacini d'accumulo naturale. In fondo, le leggi della sedimentazione, determinate dalla forza gravitativa e da quella idraulica, sono ugualmente valide nell'ambiente antropico. Anche nel caso dello scavo archeologico, l'inserimento della geoarcheologia significa un'ottimizzazione del lavoro.

 L'interpretazione dei dati
La ricostruzione delle condizioni originarie di vita richiede una profonda conoscenza della dinamica dei processi che si svolgono sulla superficie terrestre. Una corretta interpretazione del paleo-ambiente è indispensabile non solo dal punto di vista scientifico, ma anche nell'ambito della divulgazione.

 La gestione dei beni archeologici
Si diffonde sempre di più l'idea di un'indagine archeologica "chiavi in mano", cioè dalla prospezione e ricognizione, allo scavo e alla gestione. A livello nazionale, le possibilità di tale impostazione sono ancora in gran parte inesplorate. Anche in questo caso, le tecniche geoarcheologiche possono consentire dei risparmi in varie fasi del progetto.


 

3)
Le difficoltà

(su)

L'applicazione delle scienze della terra ai fini archeologici merita alcune brevi riflessioni, basate sulle problematiche riscontrate in pratica. 

La scala del tempo
Gli eventi che interessano l'archeologia si sono svolti nell'arco del Pleistocene superiore - Olocene, raramente nel Pleistocene medio. Nell'operativa geoarcheologica è perciò indispensabile adeguarsi alla breve e dettagliata scala temporale dell'archeologia. Va valutato, caso per caso, il possibile impatto sull'equilibrio paleo-ambientale esercitato dalle modificazioni terrestri: neotettonica, vulcanismo, sismi, variazione del livello del mare, variazioni climatiche, spostamento di meandri fluviali, variazione del livello dei laghi, processi di pendio (erosione/accumulo), perdita della sostanza organica del suolo dovuto al taglio del bosco, variazioni delle portate delle sorgenti in relazione all'uso del suolo, effetto dell'erosione sull'equilibrio dell'intero bacino idrografico, ecc.
 

Lo spazio limitato
I resti archeologici sono scarsi, lo spazio dello scavo è ristretto. Perciò anche in questo caso è  necessario un adeguamento del geologo alla pratica archeologica. Spesso una ricostruzione paleo-ambientale deve essere effettuata in base a dati scarsi, e per lo più raccolti nei luoghi non proprio ideali dal punto di vista geologico. Inoltre, non solo l'estremo livello di dettaglio applicato nella stratigrafia archeologica, ma anche i criteri usati per la distinzione, spesso molto diversi da quelli sedimentologici tradizionali, necessitano una revisione del consueto approccio geologico.
 

Il paleo-ambiente parzialmente "urbanizzato"
Le scienze della terra vengono tradizionalmente applicate ad ambienti fortemente naturali, mentre le condizioni del paleo-ambiente archeologico sono spesse più o meno urbanizzate. Essenzialmente, le indagini e le analisi geoarcheologiche vanno mirate alla finalità principale dell'archeologia, che è la ricostruzione delle culture del passato, un processo in cui la geoarcheologia assume necessariamente un ruolo sussidiario.
 

L'unicità del dato archeologico
In contrasto agli strati geologici, quelli archeologici, una volta scavati non possono essere riesaminati: lo scavo archeologico porta sempre (se non in casi estremamente importanti) alla distruzione del contesto stratigrafico.
 

La dinamica dei processi terrestri
Alla domanda posta più frequentemente al geoarcheologo - in quanto tempo si è formato questo strato? - non si può quasi mai dare una risposta utile, in particolare se si tratta di strati con una forte componente naturale (ad esempio sedimenti fluviali). E ciò a causa della dinamica degli ambienti terrestri, in cui si alternano ciclicamente la formazione e la distruzione di strati, con una frequenza variabile da giornaliera a millenaria o ancora più ampia. L'archeologo vorrebbe sapere: per quanto tempo hanno dominato in questo luogo le specifiche condizioni ambientali testimoniate da questo strato?. E quel che vede il geologo è solo l'ultima effimera espressione, per lo più casualmente sopravvissuta, di una situazione che può essere durata pochi giorni come anche centinaia di anni.


 

4)
Un esempio: la valle del Tevere

(su)

Infine, si vorrebbe accennare ad uno studio geoarcheologico effettuato dalla Digiter, per conto della Soprintendenza Archeologica di Roma, nel fondovalle tiberino tra Roma e Ostia. Con la presentazione di questo esempio si vuole porre l'accento su una caratteristica dei bacini idrografici: che un locale disturbo dell'equilibrio naturale si può trasmettere anche su grandi distanze, proprio perché il bacino idrografico rappresenta un sistema unitario, che tende costantemente al raggiungimento dello stato di equilibrio dinamico.

A partire dall'epoca romana, la linea di costa della campagna romana e il corso del fiume Tevere, sono stati soggetti a notevoli cambiamenti. Le fasi dell'avanzamento della linea di costa sono state ricostruite attraverso la posizione degli edifici romani e le torri medievali. Gran parte dello spostamento sarebbe avvenuta tra 100 e 1570 d. C.

In concomitanza all'avanzamento della linea di costa, vari resti archeologici sono stati conservati al di sotto dei sedimenti costieri e fluviali. Tra questi si trovano i due grandi complessi portuali costruiti , verso la fine del I secolo d.C., dagli imperatori Claudio e Traiano.

In questo contesto si inserisce la recente scoperta, nella valle tiberina, di due piccole strutture romane del I secolo d. C. - un ponte e una chiusa - l'ultima lunga ca. 20 metri, sepolte da vari metri di sedimenti fluviali.

Attraverso uno studio geoarcheologico si è potuta ricostruire la situazione idrografica nell'epoca romana, e si è perciò chiarita la funzione sia del ponte che della chiusa.

Nella pubblicazione relativa allo studio (CATALLI et alii, 1995), è stata raffigurata la situazione attuale del tratto di fondovalle tiberino. Si può notare il corso meandriforme del Tevere, e la sua ansa tagliata artificialmente negli anni '30. La figura riporta anche gli allineamenti paralleli al corso attuale che erano visibili sulle foto aeree, e che sono state interpretate come tracce dello (storico) spostamento laterale del fiume. Infine è visibile, vicino alle due strutture romane, parte del tracciato di un piccolo corso d'acqua fossile (osservato nello scavo archeologico e sulle foto aeree).

Lo spostamento di un meandro non è mai un fenomeno isolato, ma è generalmente l'espressione dell'instaurarsi di un nuovo equilibrio lungo l'intero corso fluviale. Presumendo perciò, per questo tratto della valle, un generale ampliamento dei meandri in epoca storica, si è giunti alla ricostruzione riportata nella pubblicazione. Così, la curva del Tevere in cui sbocca attualmente il fosso della Magliana, si sarebbe trovata più verso il centro della valle. Quindi, in epoca romana l'affluente probabilmente non sboccava direttamente nel Tevere, ma piegava verso sud, per poi passare lungo la chiusa e sotto il ponte, e sfociare infine nel Tevere in un punto più verso sud.

La funzione della chiusa sarebbe stata quella di proteggere la zona paludosa (il "Campo Merlo") contro le sempre più forti alluvioni del Tevere.

Il fenomeno del rialzo della valle tiberina non può essere slegato dall'avvenuto avanzamento della linea di costa. Si dovrebbe trattare di una reazione del sistema naturale ai disequilibri creatisi altrove nel bacino, e cioè specificatamente: al cambiamento dell'uso agricolo a monte di Roma, alle variazioni del livello del mare ed ai cambiamenti climatici, tutti fenomeni storicamente documentati.

Nel complesso, questi cambiamenti dovrebbero aver provocato una maggiore intensità delle alluvioni (anch'essa documentata), e perciò l'aumento della sedimentazione sia nella valle tiberina che lungo la costa.


(Dr. Antonia Arnoldus-Huyzendveld)

Bibliografia

Catalli F., Coletti C.M., Arnoldus-Huyzendveld A. (1995) - Acquisizioni archeologiche e paleoambientali nell'area della Magliana ; in: Archeologia Laziale 1995 XII: 333-340

(su)