Consulenze allo scavo archeologico

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bulletRicostruzione dell'evoluzione paleo-ambientale dell'area di scavo
bulletAnalisi di laboratorio mirate alle problematiche archeologiche

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Ricostruzione dell'evoluzione paleo-ambientale dell'area di scavo

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Gli strati superficiali della terra sono continui, ma le loro caratteristiche variano da luogo a luogo, a causa della variazione spazio-temporale dei processi formativi e delle fonti d'origine.

Diverse discipline sono coinvolte nello studio degli strati terrestri, ognuna con finalità diverse e spesso operando in luoghi diversi.

I luoghi d'interesse per uno studio archeologico sono quelli dove la stratigrafia (contenente i reperti) possiede una evidente relazione con uno specifico sistema socio-culturale.

Ma in molti casi, solo una piccola porzione del sito è stata creata dall'uomo, mentre la maggior parte è stata formata naturalmente, implicando che la stratigrafia archeologica dovrebbe essere considerato come il risultati di eventi naturali, in cui si sono conservate le tracce dell'influenza antropica.

I vari processi naturali che contribuiscono alla formazione della stratigrafia di scavo, possono dar luogo a strati (risultato dell'accumulo), a interfacce (risultato dell'erosione) o a suoli (risultato dell'esposizione alla superficie, senza accumulo né erosione).

La consulenza geoarcheologica allo scavo consiste nell’analisi della stratigrafia dal punto di vista delle Scienze della Terra e nell’inquadramento dell'area di scavo nel contesto più ampia del paesaggio.

 

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Un caso di studio: il Fiume Morto di Ostia.

In epoca romana, vicino ad Ostia, il Tevere seguiva uno stretto meandro. L’area chiusa nella curva apparteneva strutturalmente alla città di Ostia. Durante la grande alluvione del 1557, il meandro si è rotto naturalmente, trasformandosi in un caratteristico laghetto a forma di mezza luna, e isolando la zona nota in seguito come "Fiume Morto".

Incisione senza data "Ostia e il suo castello"
Il meandro abbandonato sembra essere visibile davanti al castello medievale di Ostia. 

Durante gli scavi effettuati dalla Soprintendenza Archeologica di Ostia nel 1992, lungo la sponda interna del paleo-alveo si sono potuti riconoscere tre momenti di spostamento del meandro: un  primo evento avvenuto in epoca romana (fine I secolo A.D.), e due eventi avvenuti molto più tardi, probabilmente nel 1530 e nel 1557. Gli eventi alluvionali sono stati datati tramite il confronto dei reperti archeologici e l'elenco delle note alluvioni storiche del Tevere.

Allo scavo, ogni ciclo era deducibile chiaramente dalla sequenza stratigrafica: prima erosione fluviale, poi deposizione di sabbia ed infine deposizione di sottili strati argillosi. In questo tratto del fiume, lo spostamento laterale del letto fluviale è stato di circa 4 metri per ogni alluvione.

L'evidente stabilità di questo tratto del fiume tra il I e XVI secolo A.D. coincide con il funzionamento di uno sbocco artificiale del Tevere, la "Fossa Traiana", scavato verso la fine del I secolo. Tale coincidenza sembra indicativa della funzionalità del  canale, non solo come via di collegamento ma anche come regolatore del surplus energetico del fiume durante le alluvioni.   

 

Bibliografia

Antonia Arnoldus-Huyzendveld & Lidia Paroli, 1995: "Alcune considerazioni sullo sviluppo storico dell'ansa del Tevere presso Ostia"; in Archeologia Laziale 1995 XII, pp 383-392.

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Un caso di studio: il luogo di ritrovamento della Venere di Savignano

La statuetta della Venere di Savignano, più antica di 30.000 anni, è stata scoperta nel 1925 a Savignano sul Panaro in provincia di Modena. L'area di ritrovamento si trova nell'ambito di un terrazzo fluviale del Pleistocene superiore. Il luogo esatto di ritrovamento del reperto non è noto, ma ci sono motivi per presumere che si trovava ad una profondità di ca. un metro, perciò dentro il suolo.

Dalle relazione dello scavo del 1926, si deduce che il suolo sul luogo d'origine del reperto era composto da un sottile strato vegetale, sovrastante ad un terreno argilloso compatto e fortemente colorato, dapprima in giallo poi in rosso, e con presenza di notevole screziature ferromanganesifere. Ad una profondità di ca. 1.50 metro l'argilla poggiava sul deposito ciottoloso, notevolmente alterato, del terrazzo fluviale.

In base questa descrizione ed all’osservazione dei campioni indisturbati, il suolo ha potuto trovare la sua collocazione nella cartografia pedologica moderna della Regione Emilia Romagna.

Il forte grado di sviluppo del suolo suggerisce una pedoformazione iniziale nella fase calda che prelude il Pleniglaciale wurmiano. Inoltre, dall'osservazione dei campioni del profilo risulta una tessitura fortemente limosa (limo 60%), perciò si potrebbe trattare  di depositi di loess, sovrapposti alle ghiaie.

In questo studio paleoambientale si è verificata dunque una precisa coerenza tra i dati archeologici, geologici, pedologici e paleoclimatici, che confluiscono tutti verso l'ipotesi di una posizione primaria della statuetta.

 

Bibliografia

Antonia Arnoldus-Huyzendveld, 1996: "Contexte pédologique", inserito in: Margherita Mussi: "Problèmes réecents et découvertes anciennes: la statuette de Savignano" in: Bulletin de la Société Préhistorique del l’Ariége, Tome LI, Année 1996.

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Analisi di laboratorio mirate alle problematiche archeologiche

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Delle tante tecniche analitiche applicabili ai fini archeologici verranno qui illustrate le seguenti:  l'analisi dei fosfati e la diffrattometria.

 

L'analisi dei fosfati

La finalità di questa tecnica è la detezione e delimitazione di siti archeologici attraverso la misura della quantità dei fosfati presenti alla superficie terrestre. Fosfati sono sostanze chimiche indicative di specifiche attività umana, quali la preparazione e la conservazione di cibo, la deposizione di rifiuti, la deposizione di sostanze fecali e la sepoltura.

La detezione si può svolgere direttamente in campagna (metodo "spot") oppure in laboratorio su campioni di terra. Nell’ultimo caso, si determina comunemente la quantità totale dei fosfati.

Il vantaggio della tecnica è la sua immediata risposta per resti organici specifici. Specialmente le analisi "spot" di campagna sono veloci e poco costose. Le tecniche di laboratorio sono più precise, ma più costose. Le limitazioni della tecnica consistono nei disturbi dovuti ad altre fonti di fosfati, ad esempio quelli somministrati di recente in ambito agricolo.  

I risultati migliori con questa tecnica sono stati raggiunti in Inghilterra, Irlanda, Scandinavia e negli Stati Uniti, cioè nelle zone climatiche umide. Nelle condizioni climatiche mediterranee, i risultati delle prove fosfatiche non sono finora stati sempre soddisfacenti.

 

Diffrattometria (analisi a raggi X)

Attraverso l'analisi a raggi X si determina la composizione mineralogica di un sedimento o oggetto.

Si tratta di un procedimento che esamina la diffrazione di raggi X da parte degli atomi contenuti in un campione, quando viene eccitato da un fascio di energia. Le radiazioni emesse dalla materia colpita si propagano in tutte le direzioni e tra le radiazioni che provengono dai diversi atomi avvengono fenomeni di interferenza.

Se la materia colpita dal fascio di raggi X ha una struttura cristallina, anche a scala microscopia, le figure di diffrazione presentano una regolarità caratteristica, da cui si possono ricavare dati importati sulla composizione e sulla struttura del cristallo.

 

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Un caso di studio: la fossilizzazione delle ossa a La Polledrara

L’importanza del sito La Polledrara a Roma è legata al fatto che sono state rinvenute sia Industria del Paleolitico inferiore, sia resti fossili di vertebrati. Le specie sono per la maggior parte riferibili a grandi mammiferi: elefanti, bue, cervo, cavallo e lupo.

I reperti faunistici sono compatti e ben fossilizzati; all’analisi diffrattometrica sono risultati composti da fluoro-apatite microcristallina. Le ossa erano associate a strati contenenti noduli biancastri e friabili, che all’analisi a raggi X risultavano essere composti da pura fluorite (CaF2).

Il processo di fluoritizzazione delle ossa è da mettere in relazione con la chiusura del periodo vulcanico di Roma, ed in particolare con la circolazione di acque profonde e di fluidi magmatici mineralizzanti, venuti in superficie attraverso le principali fratture, in forma liquida o gassosa.

 

Bibliografia

Anzidei A.P., Angelelli A., Arnoldus-Huyzendveld A., Caloi L., Palombo M.R., Segre A.G., 1989: "Le gisement pleistocène de La Polledrara di Cecanibbio (Rome, Italie)", in -L'Antropologie-.

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